Inquinanti ambientali

INQUINANTI AMBIENTALI

INQUINANTI AMBIENTALI

Gli interferenti endocrini sono molecole estranee con effetti ormonali nel nostro corpo. Possono imitare l’azione degli ormoni naturali del corpo come una chiave falsa, forzando la serratura delle cellule o saturando i recettori cellulari.

Vediamo le principali conseguenze all’introduzione di queste molecole:

  • Alterazione del trasporto di ormoni o inibitori enzimatici;
  • Danno cellulare (infiammazione del tessuto);
  • Morte cellulare (tossicità);
  • Alterazione DNA.

Chi è a maggior rischio?

  • Chi lavora nell’industria cosmetica;
  • Chi lavora nell’industria chimica o fa uso di prodotti in agricoltura rischiando l’inalazione protratta;
  • Personale medico-sanitario che fa uso di macchinari ai raggi X;
  • Chi fa largo uso di materiale plastico (bottiglie, fibre sintetiche).

Gli interferenti endocrini sono composti chimici che permangono nell’ambiente o si concentrano negli alimenti e sono molto diffusi in prodotti di uso comune.

Il più conosciuto è il discusso BPA, meglio conosciuto come bisfenolo A, definito nei testi del progetto “Previeni” come una “sostanza con effetti estrogenici e capace di alterare la funzione di tiroide e sistemi riproduttivo, nervoso e immunitario”.

Il suo impiego è stato limitato solo da alcuni paesi europei. L’Italia, in particolare, ha accolto la direttiva europea che riguarda il divieto di utilizzare il BPA nei biberon in policarbonato.

Le normative si stanno aggiornando con lo sviluppo delle conoscenze scientifiche. In attesa delle evoluzioni legislative ai cittadini non resta che adottare, nella vita quotidiana, comportamenti responsabili e intelligenti:

  1. Non riutilizzare contenitori in plastica per alimenti e bevande, usurati o monouso: sono fonti potenziali di bisfenolo A.
  2. Limitare l’impiego di padelle antiaderenti graffiate, ritenute potenziali fonti di esposizione a composti perfluorurati (PFOS e PFOA).
  3. Utilizzare carta per alimenti e pellicole seguendo attentamente le limitazioni indicate in etichetta. Non tutte le pellicole possono essere usate per conservare ogni tipo di cibo; i fogli di alluminio, per esempio, non sono adatti agli alimenti acidi.
  4. Limitare l’uso di prodotti affumicati ed evitare il consumo di quelli con parti carbonizzate o bruciate: sono fonti di idrocarburi policiclici aromatici (IPA), interferenti endocrini con effetti negativi sull’organismo.

Nutriamo la prevenzione a tutte le età

Sindrome metabolica

SINDROME METABOLICA

IMPARIAMO A CONOSCERE LA SINDROME METABOLICA

Con il termine “sindrome metabolica” non si fa riferimento ad una singola patologia, ma a un insieme di fattori di rischio legati a condizioni al sovrappeso e all’obesità, che aumentano cioè le possibilità di malattie cardiache ed altri problemi di salute come il diabete e l’ictus

La sindrome metabolica viene diagnosticata quando sono presenti tre o più dei seguenti fattori di rischio:

  • presenza di grande quantità di tessuto adiposo addominale (sono considerati patologici valori superiori a 94 cm di circonferenza addominale nell’uomo e a 80 cm nella donna);
  • obesità (BMI>30)
  • bassi livelli di colesterolo HDL, anche conosciuto come “colesterolo buono” (sono considerati livelli a rischio meno di 40 mg/dl nell’uomo e meno di 50 mg/dl nella donna);
  • elevati valori di trigliceridi, superiori a 250 mg/dl;
  • elevati valori di pressione arteriosa (maggiore di 140 la sistolica o maggiore di 90 la diastolica o entrambe)
  • elevati livelli di glicemia (a digiuno superiore a 100 mg/dl).

Anche altri fattori di rischio modificabili, oltre a quelli insiti nella definizione di sindrome metabolica, aumentano la probabilità di patologie cardiache, tra cui ricordiamo:

  • un livello elevato di colesterolo LDL (colesterolo legato alle lipoproteine a bassa densità, considerato colesterolo “cattivo”)
  • il fumo.

La sindrome metabolica è in continuo aumento a causa dell’incremento dei tassi di obesità tra gli adulti, tanto che in futuro la sindrome potrebbe superare il fumo come principale fattore di rischio per le patologie cardiache.

In generale una persona con sindrome metabolica ha un rischio due volte maggiore di sviluppare malattie cardiache e cinque volte maggiore di sviluppare il diabete rispetto ad una persona sana.

 

La Vitamina K

LA VITAMINA K

La vitamina K fa parte delle vitamine liposolubili, che vengono accumulate nel fegato e non devono dunque essere assunte di continuo, attraverso il cibo. Il corpo la rilascia a piccole dosi quando il suo utilizzo diventa necessario.

La vitamina K ha un ruolo fondamentale nel processo di coagulazione del sangue e assicura la funzionalità delle proteine che formano e mantengono in forma le ossa.

Il fabbisogno giornaliero di vitamina K è di circa 1 mg al giorno per ogni chilogrammo di peso corporeo, quantità che è soddisfatta da una dieta normale.

Il primo e più evidente segno di una carenza di vitamina K è la comparsa di alterazioni della coagulazione, con conseguente maggiore propensione alle emorragie, che può manifestarsi con epistassi (fuoriuscita di sangue dal naso), ematuria (presenza di sangue nelle urine) e sanguinamento gastroenterico (sangue nelle feci). La carenza si verifica raramente e sempre a seguito di inadeguato assorbimento intestinale, di cure prolungate a base di antibiotici o a causa dell’abuso di lassativi.

Tra gli effetti della carenza di vitamina K ci sono anche fratture ossee, osteoporosi e forme di artrosi.

L’eccesso di vitamina K negli adulti è molto raro.

La vitamina K è suddivisa in 3 gruppi:

  • La vitamina K1, chiamata anche fillochinone è presente in abbondanza in tutte le verdure a foglia verde scuro (come spinaci, radicchio, lattuga e altri tipi di insalata ecc.) e negli ortaggi appartenenti all’ampia famiglia delle Brassicacee, ossia broccoli, cavolfiori, verze, cavolo cappuccio, cavolini di Bruxelles, cime di rapa, rapanelli, rape, rucola, rafano ecc. Contengono vitamina K anche i ceci, i piselli, la soia e il tè verde.
  • La vitamina K2, termine sotto il quale sono raggruppate diverse versioni di una sostanza chiamata menachinone (MK), è presente soprattutto in alimenti di origine animale, come carne, fegato di manzo e maiale, formaggio e uova.
  • La vitamina K3 (Menadione idrosolubile), di origine sintetica e inserita in farmaci cui è affidato il compito di regolare i processi di coagulazione del sangue.
Basilico

Basilico

È arrivato il momento di comprare una piantina di basilico e metterla in terrazza!

Perché oggi parliamo del basilico?

Il basilico è una pianta dalle importanti proprietà antinfiammatorie e antiossidanti. Questa erba aromatica è ricca di vitamine come la vitamina A (264 mcg); ma anche del suo precursore, il betacarotene, indispensabile antiossidante in grado di proteggere occhi, pelle e capelli, rallentando inoltre l’invecchiamento cellulare. È un’ottima fonte di rame, vitamina K,  vitamina C, calcio, ferro e acido folico. Il basilico è un’ottima fonte di magnesio, un minerale essenziale per il buon funzionamento della circolazione sanguigna. Insieme al calcio è di sostegno per i denti e le ossa, e in più aiuta il metabolismo energetico. Una sua carenza può causare crampi e problemi ai muscoli, calo della pressione, stanchezza e debolezza.  Il manganese, invece, supporta numerosi enzimi coinvolti nel metabolismo delle proteine, degli zuccheri e del colesterolo, aiutandoti a mantenere i livelli adeguati. Inoltre, è indispensabile per la funzionalità del sistema nervoso e nella fertilità.

Il basilico offre ben 1.148 mg di manganese, 295 mg di potassio, 177 mg di calcio, 64 mg di magnesio. E ancora 3,17 mg di ferro e 56 mg di fosforo. Una vera e propria miniera di sali minerali.

Il nome significa “pianta reale, maestosa”, il che riflette una tradizione che anticamente considerava il basilico come una pianta nobile e sacra. Questa reverenza si trova anche in altre culture, ad esempio in India il basilico veniva considerato come simbolo di ospitalità. Tra gli antichi egizi e i greci, il basilico era considerato di buon auspicio per l’aldilà e si usava per le imbalsamature. I cinesi e gli arabi erano a conoscenza delle sue proprietà medicinali, mentre i crociati ne riempivano le navi per allontanare insetti e cattivi odori.

Il basilico cresce tutto l’anno, ma predilige i mesi estivi. É facile farlo crescere in casa, sul balcone o in giardino, in una posizione soleggiata e riparata; la terra va mantenuta umida sebbene non vada bagnato eccessivamente – troppa acqua diluisce il sapore delle foglie – e le infiorescenze vanno tagliate per incoraggiare la crescita delle foglie.

Omocisteina

OMOCISTEINA

ESAMI DEL SANGUE: L’OMOCISTEINA

Il valore dell’omocisteina è un vero campanello d’allarme che potrebbe metterci in guardia per tantissime patologie, e tanti sono inoltre i fattori che concorrono ad aumentarla.

Che cosa è l’OMOCISTEINA?

L’omocisteina è un aminoacido presente nell’organismo che deriva dal metabolismo della metionina, un aminoacido essenziale che deve essere introdotto con l’alimentazione.

Nelle persone sane, l’omocisteina è subito trasformata in altri prodotti grazie all’azione delle vitamine B6, B12 e dell’acido folico. Se con l’alimentazione si assumono quantità insufficienti di queste vitamine e di acido folico, l’omocisteina si accumula nel sangue e può provocare danni al sistema nervoso, cardiovascolare e osseo.

La concentrazione dell’omocisteina viene rilevata mediante specifiche analisi del sangue, prescritte dal medico, per verificare un eventuale sospetto diagnostico.

In molti casi la spiegazione di un valore alto va cercata nello stile di vita del paziente. Vediamo quali sono alcuni fattori che possono influire sulla quantità di omocisteina nel sangue:

  • Alimentazione povera di vitamina B6, B12 e acido folico.
  • Fattori ambientali, quali il fumo, l’alcol, il caffè e l’inattività fisica
  • Fattori fisiologici, quali l’età ed il sesso (nelle donne si osserva un aumento dopo la menopausa, molto probabilmente dovuto ad una diminuzione degli estrogeni)
  • Malattie quali insufficienza renale e ipotiroidismo
  • Assunzione di farmaci (contraccettivi orali, antiepilettici)
  • Fattori ereditari

Un valore elevato viene in genere trattato con la prescrizione di integratori di acido folico, eventualmente associati a vitamine del gruppo B, e precise indicazioni dietetiche volte a perseguire un regime alimentare vario e completo.

In particolare, è molto importante, ma non solo in questo contesto, il consumo di 5 porzioni al giorno di frutta e soprattutto verdura cruda.

 

Osteoporosi

OSTEOPOROSI

L’osteoporosi è un processo di rarefazione e indebolimento della massa ossea, dovuto a decalcificazione e mobilizzazione dei sali di calcio che causa un tessuto scheletrico più fragile e più esposto ad un rischio di fatture spontanee. La frequenza di osteoporosi aumenta in menopausa perché cala la produzione di estrogeni, che normalmente promuovono l’assorbimento del calcio.

Il picco di densità dell’osso si raggiunge a 25 anni, poi diminuisce sempre di più con l’avanzare dell’età. Quindi, è di fondamentale importanza la nostra alimentazione fino ai 25 anni! Le persone che hanno avuto un disturbo del comportamento alimentare da giovani hanno un rischio molto più alto di avere l’osteoporosi in età adulta.

Vediamo quali sono i fattori di rischio:

  • Bassi livelli di Vitamina D ed esposizione solare
  • Fumo
  • Alcool
  • Sale e zuccheri
  • Ipertiroidismo
  • Attività fisica
  • Basso assorbimento intestinale

Come intervenire?

  • Movimento (per rafforzare la massa magra) e ripristino della flora batterica con alimentazione adeguata e fermenti lattici.
  • Assumere adeguate quantità di calcio attraverso: acqua, crucifere, frutta secca come sesamo e mandorle, usare erbe aromatiche come la salvia. Evitare l’eccesso di caffè e proteine!
  • Fare esami del sangue annuali. Importanti nel processo sono il paratormone (in sigla è il PTH e libera calcio dalle ossa), vitamina D (stimola l’assorbimento calcio e fosforo nelle ossa) e calcitonina (contrasta l’azione del PTH), TSH (ormone tiroideo) e la densitometria ossea.

 

 

 

il consumo di sale

IPERTENSIONE PARTE II: IL CONSUMO DI SALE

L’Organizzazione Mondiale della Sanità raccomanda un consumo giornaliero di sale inferiore ai 5 grammi (circa 2 grammi di sodio). Come emerge dall’indagine dell’Osservatorio Epidemiologico Cardiovascolare nel nostro Paese il consumo medio giornaliero di sale negli adulti è risultato di 10,6 grammi negli uomini e di 8,2 grammi nelle donne, valori ben superiori a quello raccomandato. Soltanto il 5% degli uomini e il 15% delle donne consuma meno di 5 g di sale al giorno.

Come riportato nel sito del Progetto Cuore – epidemiologia e prevenzione delle malattie ischemiche del cuore – coordinato dall’Istituto superiore di sanità, diminuendo il consumo di sodio a meno di 2 grammi al giorno, si potrebbe ridurre di 8 mmHg la pressione sistolica (massima) e di 4 mmHg la diastolica (minima). Limitare il consumo di sodio porta beneficio alle persone che soffrono di ipertensione arteriosa (compresi coloro che seguono una terapia con farmaci antipertensivi), e mantiene a livelli normali nel corso degli anni coloro che non ne soffrono. La riduzione del consumo di sale nell’alimentazione è raccomandata per la prevenzione delle malattie cardiovascolari, dell’osteoporosi, dell’obesità, dei tumori allo stomaco, della malattia renale cronica.

In Italia sono state avviate iniziative che vanno nella direzione raccomandata dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: nel 2009 il ministero della Salute nell’ambito del Programma Guadagnare Salute ha siglato un accordo con i produttori di pane (sia a livello industriale che artigianale) per diminuire il contenuto di sale del 15%. Si tratta di una diminuzione minima che non viene praticamente percepita a livello di gusto, come dimostrato da studi clinici, ma importante per prevenire molti casi di infarto e ictus.

Leggere l’etichetta è fondamentale per tenere sotto controllo la quantità di sale (e di sodio) che si porta in tavola. Inoltre, non è difficile risalire dal contenuto di sale riportato in etichetta a quello di sodio: basta dividere il numero per 2,5. Così, per esempio, un alimento che contiene 2 grammi di sale conterrà 0,8 grammi di sodio.

La menopausa

LA MENOPAUSA

La menopausa non è una malattia ma un momento fisiologico della vita della donna che coincide con il termine della sua fertilità e viene diagnosticata esattamente dopo 1 anno dall’ultima mestruazione.

Già alcuni mesi prima della cessazione delle mestruazioni si osservano alterazioni del ciclo mestruale (mestruazioni ravvicinate e abbondanti oppure più distanziate tra di loro). Nello stesso periodo le ovaie cessano la loro attività e, di conseguenza, diminuisce nel sangue la quantità degli estrogeni, cioè di quegli ormoni prodotti fino allora dalle ovaie.

La diminuzione degli estrogeni può provocare alcuni disturbi e sintomi, vediamo quali sono i più frequenti:

  • vampate di calore;
  • palpitazioni e tachicardia;
  • sbalzi della pressione arteriosa;
  • disturbi del sonno;
  • secchezza vaginale e diminuzione del desiderio sessuale;
  • irritabilità;
  • umore instabile;
  • affaticamento;
  • disturbi della concentrazione e della memoria.

La carenza estrogenica condiziona, insieme all’età, un rallentamento del metabolismo in generale, con aumento dell’appetito e una distribuzione del grasso corporeo “a mela”, cioè a livello della pancia, tipica del sesso maschile, che comporta maggior rischio cardio-vascolare. Inoltre, aumenta l’incidenza dell’osteoporosi.

Tutti questi disturbi possono essere migliorati adottando uno stile di vita sano, con delle piccole accortezze in più per questa fase delicata della vita di una donna. L’alimentazione può dare grandi risultati sul miglioramento del sonno, le vampate e il grasso addominale!

Tempo di asparagi

TEMPO DI ASPARAGI

A fine marzo inizia la stagione degli asparagi, germogli di una pianta erbacea che vanno raccolti ancora teneri appena spuntano dal terreno. Se si ritarda la raccolta diventano legnosi. Anche per questo la loro stagione è breve, a maggio-giugno è già finita. Il resto dell’anno si possono comprare surgelati provenienti dall’estero o coltivati in serra.

Poveri di sodio e ricchi di altri sali minerali (calcio, fosforo, magnesio, potassio), gli asparagi vantano anche riconosciute proprietà diuretiche e depurative. L’alta percentuale di potassio, minerale in grado di favorire la fisiologica regolazione dei liquidi corporei, combinata con la scarsa quantità di sodio, determina complessivamente un effetto anticellulite e un’azione di contrasto della ritenzione idrica.

L’apporto nutritivo si completa poi con il buon contenuto di vitamina C, che aiuta a rafforzare il sistema immunitario e protegge i vasi sanguigni (contenuta particolarmente nella varietà verde) e di acido folico (la vitamina B9).

Si possono distinguere 4 categorie di asparagi:
– bianchi (o di Bassano), in quanto coltivati nascosti da fonti di luce,
– verdi, che germogliano all’aperto (da cui il colore della clorofilla),
– violetti, originariamente bianchi ma con le punte che bucano il rifugio sotterraneo esponendosi così al sole per colorarsi,
– selvatici, di forma sottile e colore verde uniforme, che crescono spontanei.

Curiosità: perché dopo aver mangiato gli asparagi, l’urina ha un cattivo odore? Niente da temere, non è un sintomo di problemi di salute bensì solo l’effetto di un particolare amminoacido, l’asparagina, che metabolizzato viene trasformato in solforati che danno il caratteristico odore più forte.